Ripensare lo sviluppo

Il 20 gennaio del 1949, il presidente degli Stati Uniti d’America Truman annunciava: “Dobbiamo intraprendere un programma nuovo e audace, per rendere disponibili i benefici delle nostre conquiste scientifiche e del nostro progresso industriale, per l’avanzamento e la crescita delle aree sottosviluppate”. Con questo discorso nacque un nuovo concetto, capace di comprendere nella sua definizione, un’infinita diversità di modi di vita dell’emisfero sud del mondo, in una sola e unica categoria: il sottosviluppo.Nello stesso tempo e per la prima volta, nasceva una nuova concezione del mondo, secondo la quale tutti i popoli della terra devono seguire la stessa via e aspirare a un unico scopo: lo sviluppo. La strada era stata aperta, la direzione segnata: ”una maggiore produzione è la chiave della prosperità e della pace”.

A cinquant’anni di distanza il discorso di Truman si può considerare come il segnale di partenza della corsa del Sud del mondo per raggiungere il Nord.

Questa corsa verso il raggiungimento di più elevati “standard di vita”, verso la “liberazione dalle catene della povertà”, è diventata col tempo una corsa verso l’ignoto, nella quale il traguardo non fa che allontanarsi e il divario si fa ormai sempre più incolmabile tra i corridori che vi partecipano.

L’affanno che ha portato i governi delle nazioni così dette sottosviluppate a ridefinire di continuo i propri obiettivi di sviluppo e attualizzarli secondo il modello occidentale, non ha fatto altro che determinarne il disincanto.

Secondo i parametri ben consolidati dell’emancipazione economica, come il Prodotto Interno Lordo o l’Indice di povertà di un paese, si è potuto porre, come un miraggio salvifico, il raggiungimento di questi come equazione naturale per una corretta “evoluzione umana”.

Sicuramente il concetto di sviluppo, che un abitante dell’ Africa sub-sahariana, oppure che uno sherpa del Perù possiede, è quanto di più lontano ci possa essere dagli standard imposti dalle organizzazioni internazionali.

Il problema dunque risiede nella stessa definizione di sviluppo, che non può essere obbligata per forza a rispecchiare canoni imposti, ma piuttosto deve riuscire a capire il perché, l’incondizionata accumulazione materiale e l’esaltazione di stili di vita adeguati a certi standard, non comporti il tanto atteso “benessere”.

Le crisi ripetute del capitalismo, con le forti ricadute economiche e sociali a livello mondiale, hanno creato una sorta di legame di dipendenza a discapito dei paesi “sottosviluppati”. Metaforicamente parlando, lo sviluppo si trova ad assomigliare ad un “mostro” che necessità in continuazione di alimentarsi, cercando, ovunque può, risorse da consumare.

La forte dipendenza del mondo dai combustibili fossili, il carbone prima e il petrolio poi, segna il limite all’ideale sviluppista, che ha portato nel tempo ad aberrazioni come l’uso dell’energia nucleare, oppure da un altro punto di vista, a scatenare guerre per cercare le risorse dove esse stavano.

Tentativi nel tempo se ne sono fatti per aggirare questa dipendenza: “sviluppi sostenibili”, “endogeni”, “equi”, tutte facce di una stessa medaglia.

Allora? Come fare dunque? Una risposta provano a darla i cosiddetti “critici dello sviluppo”, corrente di pensiero degli ultimi 30 anni, che nella persona di Serge Latouche prova a formulare l’ipotesi, sicuramente criticabile, di una società della decrescita.

Opposto al concetto di crescita vero e proprio, la decrescita mira ad una società che abbandoni completamente l’idea stessa di accumulazione e sviluppo, per ripensarla in termini di riallineamento delle posizioni, di ridistribuzione della ricchezza esistente, unita alla rinuncia al percorso forzato verso lo sviluppo propriamente detto.

In conclusione, la questione rimane aperta e non può che continuare ad alimentare ulteriori interrogativi. L’unica certezza è la necessità di una radicale messa in discussione degli attuali rapporti di forza a livello mondiale, nonché di un atteggiamento alternativo verso un nuovo modo di intendere lo sviluppo.

Pubblicato su “Bella Ciao” del febbraio 2006

Junius

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