La mafia è una montagna di merda!

Così titolava la prima pagina dell’ “Idea Socialista”, il giornalino che Peppino Impastato e altri fondarono nel 1965 nel piccolo paese di Cinisi, in provincia di Parlermo. Anche questo titolo, come tutta la sua attività politica di antimafia sociale, costarono la vita ad un giovane che aveva deciso di sfidare apertamente la mafia lì dove era sempre esistita. La mafia di oggi forse non è più la mafia che ha ucciso Giuseppe Impastato nel lontano 9 maggio 1978. Non ha più i volti dei sanguinari padrini, come Riina, come Provenzano, oppure come Tano Badalamenti, condannato poi per l’omicidio di Peppino nel 2002. Ma la mafia non ha mai smesso di esserci e di operare. Tra metamorfosi e continui adattamenti, il fenomeno mafioso in Italia ha assunto da tempo un carattere quasi istituzionale.
“La mafia che si fa Stato dove lo stato è tragicamente assente” – disse una volta Giovanni Falcone-.
Il 23 maggio 1992, la strage di Capaci. Qui perse la vita il giudice Falcone, sua moglie e gli agenti della sua scorta. Ecco il momento forse di più alto conflitto, in cui lo Stato, nella persona di Falcone e del Pool antimafia, aveva messo seriamente in pericolo la piramide di potere di Cosa Nostra, ricevendo in cambio il più spettacolare quanto drammatico attentato mai visto nella storia d’Italia.
La mafia come sistema di potere, come articolazione del potere. La mafia, sistema che da sempre è impantanato nel tessuto economico italiano, gestisce e tira le fila dei più importanti commerci illeciti e non, del paese. Ci sono trent’anni di delitti eccellenti senza verità che non sia quella, a volte forse fin troppo comoda, di una cupola mafiosa che tutto poteva e decideva. La storia nota è quella di un patto, a volte più intenso, a volte meno, tra la classe politica dominante, i poteri forti dello stato e le più grosse associazioni mafiose in Italia dal dopoguerra in poi. I “potenti democristiani”, che Pasolini denunciava nei suoi scritti, e per i quali invocava il Processo. I gerarchi democristiani, che da sempre hanno intrattenuto “relazioni pericolose” con alcuni tra i più noti esponenti mafiosi e che continuano anche oggi con le formazioni politiche che ne hanno raccolto l’eredità.
C’è stato l’omicidio di Peppino Impastato. C’è stato Gaetano Badalamenti ad esempio, che dopo anni da quel delitto si ritrova coinvolto in quelle “relazioni pericolose” con l’On. Giulio Andreotti.
Il processo che li ha visti coimputati, riguardava uno scandalo che aveva tra i suoi soci oltre a Badalamenti, anche ministri illustri della prima repubblica e segretari di partito. Le “carte” di quel dossier non arrivarono mai nelle mani del giudice Falcone, che ne ricevette soltanto una nota parziale e molto vaga. Storie più o meno note di insabbiamenti e depistaggi.
Ad oggi ancora non sappiamo con certezza chi abbia premuto quel bottone, e chi siano stati i mandanti della strage di Capaci. Quello che sappiamo è cosa succede a chi si spinge oltre un certo limite sfidando i veri manovratori, i veri vertici.
Falcone, è stato ucciso quando stava raggiungendo la scomoda verità fatta di trame oscure e di rapporti inconfessabili. La verità sull’omicidio di Giuseppe Impastato sarà tenuta nascosta fino agli anni più recenti.
Peppino, con i suoi compagni di lotta di quegli anni, quando tuonava da “Radio Aut” verso “Mafiopoli”, Cinisi, governata da una mentalità secolare legata all’omertà e al silenzio verso la mafia. Quando urlava il suo disprezzo verso le collusioni palesi di interessi economici tra il sindaco, i capi delle famiglie, i politici vari e i mafiosi.
La mafia di oggi, è “il Sistema”, come oramai viene chiamata la Camorra. Quell’impero economico che pare non avere confini delimitabili. Che accomuna la Sicilia della “mafia bianca” all’Ndrangheta calabrese.
La dove in Sicilia il sistema della sanità e delle cliniche private è gestito direttamente da Cosa Nostra attraverso l’immenso reticolo di complicità su cui può contare, tra politici e imprenditori. Le stragi sono lontane e così anche la stagione delle bombe. Questa è la mafia che non spara più perché non ha più paura. Non spara più perché non ne ha più bisogno. Il meccanismo è ben collaudato e funziona, non c’è interesse, da una parte e dall’altra di aumentare il livello dello scontro. In Campania e in Calabria la gestione degli affari malavitosi, come ci raccontano le cronache coraggiose di importanti testimoni come Saviano, è parte del tessuto produttivo di tutta l’Italia. Gli investimenti anche in attività lecite in tutta la penisola, come l’edilizia o la gestione dei servizi sanitari, è ormai l’attività principale delle cosche mafiose. Non c’è più la necessità di contrabbandare nelle vecchie attività criminali, anche se ovviamente si continua a farlo. Il Nord d’Italia, come ci viene descritto in “Gomorra”, il libro- inchiesta scritto da Saviano, rappresenta, nelle regioni della Lombardia e dell’Emilia Romagna , il bacino di riciclaggio principale degli affari dei vari clan che si spartiscono la Penisola. Questo potrebbe spiegare la selvaggia aggressione perpetrata ai danni anche del nostro territorio. Pezzo a pezzo si stanno mangiando il nostro litorale. Da dove venga questo flusso continuo di denaro rimane un mistero, o forse no.
Una nuova fase di conflitto si è comunque aperta. E’ partita dal basso, con la spinta e la voglia di parlarne sempre di più. Si sta riscoprendo una nuova voglia di urlare in faccia al “Sistema” che un’altra Italia esiste e vuole vivere. Un’altra Italia che è pronta a fare i conti col potere, mafioso e politico. Che ne ha abbastanza di subire e tacere.
E’ al Festival del cinema di Cannes in questi giorni, il film Gomorra, tratto dall’omonimo libro. Ecco una delle dimostrazioni del cambiamento in atto e della voglia di denuncia l’esistente. Questo film, tradotto in tutto il mondo, porterà la verità sulla mafia di oggi, e sull’Italia di oggi, ben lontana dall’idea un po’ romantica e un po’ fiabesca di film del passato come “il Padrino”.
Le mafie si possono sconfiggere. Si possono combattere attaccandone i beni, le ricchezze, i profitti e individuando un nuovo spazio pubblico liberato.
Così si argomenta nella relazione finale della Commissione antimafia istituita dal Parlamento italiano nel 1996:
“E’ indispensabile rilanciare i meccanismi, su cui l’associazione Libera tanto lavora, di sequestro e confisca di beni mafiosi; facendo lavorare le terre confiscate alle mafie attraverso una destinazione d’uso sociale, alle cooperative di giovani e ragazze che, insieme, lottano per un’occupazione di qualità e una migliore qualità della vita per tutti”.

pubblicato su “Orfeo magazine”

Junius

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