C’è chi dice no?

Questa sera, una volta chiuse le urne del referendum sottoposto ai lavoratori, si decideranno le sorti della fabbrica Fiat di Mirafiori e del futuro dei rapporti tra padroni e operai e tra diritti e doveri del lavoratore in azienda.

Dopo Pomigliano, con l’accordo del 22 giugno 2010, si potrebbe assistere ad uno dei momenti più difficili e controversi della storia del movimento operaio italiano e dei rapporti tra il più combattivo e in molti casi maggiormente rappresentato sindacato metalmeccanico italiano, la Fiom e dell’amministratore delegato della Fiat Marchionne.

L’accordo firmato prima della fine dell’anno scorso, da tutte le sigle sindacali, Fiom esclusa, è sicuramente all’altezza del nuovo corso che Marchionne vuole imprimere nel futuro della propria azienda. Diminuzione delle pause lavorative, aumento delle ore di straordinario obbligatorio, sciopero concordato con l’azienda con sanzioni per chi trasgredisce, contrattazione obbligatoriamente riferita al suddetto accordo di dicembre 2010, escludendo il contrato nazionale e l’accordo sulle Rsu sottoscritto a metà anni ’90; ed infine la nomina e non più l’elezione, dei rappresentanti sindacali di fabbrica. L’inizio della fine.

Ma c’è chi dice no, ed è la Fiom. Il sindacato si presenta compatto a questo appuntamento sotto un ricatto senza precedenti: se dovesse passare il sì, verrebbe rappresentato solo chi ha firmato l’accordo di dicembre. Inoltre se vincesse il no, la conseguenza sarebbe  “semplicemente” la chiusura della fabbrica. La Fiom è oggi più che mai chiusa all’angolo.

Politicamente il caos è completo e nel maggior partito d’opposizione si fa a gara per chi le spara più grosse. Il livello delle affermazioni fatte dai maggiori esponenti del Pd, in maggioranza propensi al sì, lascia comprendere la profonda ignoranza della situazione, oltre ovviamente ad un colpevole e sbagliato orientamento pro Fiat e pro Marchionne. La Cgil dal canto suo fa “filotto” con Federmeccanica, addirittura, esortando la Fiom a rientrare nei ranghi, e mostrando profondi limiti politici e una completa cecità e sudditanza ai ricatti dell’azienda torinese e del suo amministratore delegato.

L’esito di questo referendum sarà da considerare storico, sia se dovesse vincere il sì come il no. La decisione è sempre di più tra abbassare la testa e accettare il “grande ricatto”, oppure lottare per un futuro di diritti e di lavoro garantiti in cui il protagonismo nelle scelte sul loro destino torni nelle mani dei lavoratori.

J.

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