Le nostre prigioni – Terza puntata

Le “carceri nuove” di via Piangipane. Un percorso storico, tra luci ed ombre del ‘900.

Eccoci al primo decennio del ‘900, precisamente nel 1912, anno in cui nascono in via Piangipane le “nuove carceri”, ancora oggi chiamate così da molti ferraresi. In zona cosiddetta “Orto della Grotta”, in quella che era la sponda sinistra del fiume Po, costituita da alcuni terreni bonificati e messi a coltura, si costruisce il nuovo complesso del moderno penitenziario di Ferrara. Il progetto delle nuove carceri, redatto dagli Ingegneri Bertotti e Facchini del Genio Civile, si distingue dal passato per la modernità della sua struttura, con una forma a palo telegrafico, già utilizzata in altre città e realizzata con garanzie di sicurezza mai viste prima: “Essendo necessario scongiurare ogni possibile evasione, i fabbricati ed i cortili erano racchiusi all’intorno, ad esclusione del fronte su via Piangipane, da un doppio muro di cinta con cammino di ronda militare e garitte per le sentinelle in cemento armato; all’esterno, poi, era stata predisposta una zona di terreno, chiusa da siepe metallica, detta strada di ronda esterna”(nota 1)

Edificato al costo di seicentotrentamila lire, il moderno penitenziario occupa quasi un intero isolato. Intorno ad esso il nulla fino agli anni Trenta del ‘900, periodo in cui vennero costruite numerose case insieme al moderno Acquedotto e all’ ex Mercato ortofrutticolo. Le “nuove carceri” ospiteranno detenuti per reati comuni, politici e in seguito al manifesto della razza del 1938, molti cittadini di religione ebraica (tra questi il noto scrittore ferrarese Giorgio Bassani), e un buon numero di detenute donne, rinchiuse in un’ala ad est a loro riservata. Piangipane rimarrà Casa Circondariale fino al 9 marzo 1992, giorno in cui verrà attivata la nuova sede di via Arginone.

In questa terza puntata de “Le nostre prigioni”, vorremmo richiamare alla memoria due vicende del passato, unite da un destino comune e spietato, un biglietto da visita lasciatoci da un Novecento di luci ed ombre. I cieli dell’8 giugno e del 14 novembre hanno lo stesso colore, quello dell’odio. In quei giorni persero la vita Pasquale Colagrande e Costantino Satta, magistrato il primo e Capo Guardia delle Carceri Giudiziarie di Ferrara il secondo. La sorte del magistrato Colagrande, detenuto per reato d’opinione, è decisa quella lunga notte di novembre del 1943, tra il 13 e il 14, nella quale viene prelevato dal carcere di Piangipane e “passato per le armi” insieme ad altri 11 (nota 2). I terribili fatti di quella notte sono stati rievocati e messi in scena nel film del regista Florestano Vancini La lunga notte del ’43. La strage, una delle più feroci compiute dai miliziani repubblichini, avviene la stessa notte in cui, alla Rocca di Castelvecchio, Verona, si costituisce ufficialmente il direttivo del nuovo Partito Fascista Repubblicano. Con l’intenzione di vendicare il Federale Ghisellini, ex Console della Milizia, al grido “La morte non ci spaventa! Viva la morte viva il cimitero!”, due carri di irriducibili scendono su Ferrara diffondendo la paura e il terrore in tutta la città. In piena notte, verso le 2.00 le squadre si presentano ai cancelli del carcere di Piangipane. Tra gli undici sfortunati prelevati dalle celle c’è anche il magistrato Colagrande, ex del Partito d’Azione. Alla proposta di salvarsi fatta dai suoi aguzzini, sembra che il magistrato abbia risposto lapidario: “O tutti o nessuno!”, andando così incontro al plotone d’esecuzione. I corpi dei patrioti verranno poi spogliati dai vestiti e trascinati ai piedi del monumento ai caduti fascisti, sotto la scritta “morte ai traditori”, impressa nella pietra con il loro stesso sangue, nella piazza del castello, di fronte al famoso Caffè della Borsa. L’esempio era stato dato, la vendetta compiuta, l’onore salvo.(nota 3)

Anno 1945, la storia parla di un’ Italia divisa, ridotta ad un cumulo di macerie, tra gli Alleati impegnati al Sud, la Repubblica di Salò al Nord e l’occupazione nazista. Nelle carceri la situazione è al collasso: “Il Corpo degli Agenti di Custodia esce dal conflitto presentando all’interno dei propri reparti una situazione drammatica: organici inferiori alle esigenze, paghe basse, turni massacranti; e si trova a dover gestire, con l’aiuto di coraggiosi direttori, un contesto socio-politico confuso ed esplosivo”. (nota 4) Anche a Ferrara il lavoro all’interno delle carceri era particolarmente difficile, con personale di guardia insufficiente, pesanti turni di lavoro, “un andirivieni spossante per aprire e chiudere le porte ad ogni tintinnio di campanello, oltre la distribuzione del rancio, alle conte che ad ogni sostituzione del personale erano di obbligo, alla custodia nel cortile o nelle garitte durante le ore del passeggio, dovevano vegliare nel corridoio durante la notte sonnecchianti con la testa sul tavolo”. (nota 5) E’ l’8 giugno quando il Capo Guardia Satta è di servizio da pochi mesi al carcere di Piangipane a Ferrara. In un giorno di lavoro come altri, verso le 13 circa, si presenta al cancello del carcere un gruppo di presunti partigiani che intimano alle guardie di entrare. Una volta prelevati una ventina di prigionieri accusati di complicità con il passato regime, nel momento di uscire su via Piangipane, vengono raggiunti dal Maresciallo Satta che protestando per ciò che stava accadendo, blocca loro l’uscita. In un attimo viene raggiunto da tre colpi di revolver che lo uccidono all’istante. Nessuna pietà, nessuna spiegazione, solo vendetta. Due storie diverse, due destini comuni. Un passato difficile da ricordare, vicende troppo dolorose e ferite ancora aperte. Un testimone su tutti, le “nuove carceri”, che stanno ancora là per ricordarci ciò che è stato. Sui muri delle celle ancora le scritte, i pensieri e i sogni di chi è stato lì rinchiuso in quegli anni. I suoi muri continueranno a raccontarci la storia per molto tempo ancora, lo testimonia la decisione di mantenere in piedi e riconvertire l’ intera struttura, con la creazione a breve del nuovo Museo della Shoa e dell’Olocausto.

pubblicato su “Occhiaperti .net”

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