Le cicale resistono

Un bel pomeriggio di luglio, tanto caldo, anche se un po’ d’aria tira. Mi siedo nel cortile e sorseggio un po’ d’acqua fresca. Il circolo è praticamente sempre aperto, c’è sempre qualcuno in giro. Ci sono gli anziani impegnati in un appassionante giro di briscola, al riparo dal sol leone, sotto l’ampia tettoia. In sottofondo il continuo canto delle cicale accompagna il momento. Si siede con me l’amico Abdullah*, nazionalità Curdo -turca, rifugiato politico. Dopo poco si accomoda anche Mohammad*, ragazzo iraniano di venticinque anni, anche lui rifugiato politico. Non è una coincidenza, sono giorni che provo ad incontrarli, ad avere un momento di “intimità” con loro. Due storie diverse, in comune solo la fuga per la libertà.

Qualche giorno prima, con Mohammad si parlava della grande primavera araba, del nuovo vento di rivoluzione che da mesi soffia in Medio Oriente. Forse sarà stato per le difficoltà di comunicazione e sicuramente per il fatto di avere davanti un giovane entusiasta, ma mentre mi parlava percepivo nettamente in lui il coraggio e l’orgoglio della grande lotta che anche il suo popolo sta facendo. M. è un attivista politico anche ora che è lontano da casa. In contatto con i rappresentanti all’estero iraniani, da Roma a Ferrara continua a portare avanti la sua battaglia per i diritti politici e civili in Iran.

Con grande orgoglio mi ha mostrato un video dell’ultimo congresso della sua organizzazione, con migliaia di persone e lui che, ripreso dalla telecamera, felice e sorridente sventolava un enorme striscione giallo. M., mentre mi spiegava, continuava a ripetermi che l’Iran non è come gli altri paesi del Medio Oriente, che in Iran si sparisce o si muore più facilmente, che se passeggi per il parco con la tua fidanzata non puoi stare mano nella mano se no ti arrestano, che in Iran se fai politica contro i governanti vieni torturato, come è successo a lui. L’Iran è diverso perché Loro non lasceranno il potere in fretta, come è successo in Tunisia o in Egitto, non si arrenderanno facilmente. Ma lui, con il sorriso sulle labbra, mi assicura che prima o poi succederà, che prima o poi il suo Iran sarà libero e lui quel giorno ci sarà.

Arrivano altri ragazzi, sono quelli del “Laboratorio Sancho Panza”, si siedono con noi e prendono da bere. Arriva anche Abdullah, con un paio di caffè in mano, me ne offre uno e mi porge un foglio. Gli chiedo subito cos’è, mentre lo apro. Sono due facciate di foglio bianco, scritte a mano da lui. Il destinatario è suo cugino che sta in galera a Pordenone. È tutta scritta nella sua lingua, ma il disegno in fondo alla lettera è molto chiaro, ed è da lì che inizia a spiegarmela. Nel disegno due bimbi stilizzati, uno è lui e l’altro è il cugino. A sinistra il bimbo in libertà, con il sole e la scritta “Circolo la Resistenza Ferrara”, a destra invece il bimbo in prigione, il cugino, con una canzoncina di presa in giro e la scritta “Pordenone”. Il cugino di A. è un tipo tosto e anche un gran spiritosone, sicuramente si farà una grassa risata.

Mi legge tutta la lettera cercando di spiegarmi il sentimento che prova per la sua famiglia, la sua necessità di rimanere legato a loro. Anche A. ha una storia lunga e triste alle spalle. Preferisce non raccontare alcune cose, mentre altre ne fa solo rapido accenno, è un ragazzo fiero e riservato. Mi dice che per ora rimarrà un po’ in Italia, magari cambierà città, anche se a Ferrara poi non si sta tanto male. Di questa città gli piace soprattutto il Circolo, dove ad ogni ora del pomeriggio tu vada, lo troverai sempre impegnato ad aiutare, cucinare o fare i lavori duri. Si trova bene con i ragazzi e condivide le loro idee. Si definisce socialista, è molto convinto delle sue idee e politicamente molto preparato. Non capisce il nostro governo, non capisce noi che lo sopportiamo ancora.

Approfittando dell’ora tarda eludo l’implicita domanda del mio amico e mi congedo, Mohammad è in altre faccende affaccendato, chiedo di salutarmelo ed esco. Con la testa piena di immagini e il sorriso stampato in faccia mi avvio alla macchina, contento di aver conosciuto due grandi persone e di poter avere simili storie da raccontare.

J.

 

 

 

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