Le nostre prigioni – quarta puntata

L’insegnamento dietro le sbarre: una testimonianza diretta

Quarta puntata dell’inchiesta di Occhiaperti sull’Istituzione carceraria nella nostra città. “Le nostre prigioni” approda alla Casa Circondariale di Via Arginone, costruita negli anni ‘90 in seguito alla dismissione delle “carceri nuove” di Via Piangipane.

In questa parte del nostro viaggio proveremo a trattare un aspetto molto delicato quanto importante: l’istruzione all’interno delle prigioni. Annabella Ferroni è un insegnante del Liceo Statale “G. Carducci” di Ferrara e da qualche anno dedica una parte del proprio tempo all’interno del carcere di Via Arginone, insegnando scienze sociali. Attualmente a Ferrara opera il Centro Territoriale Permanente, un servizio istituito dall’Ufficio Scolastico Provinciale, attivo fin dal 1997. Presso la Casa Circondariale il Centro si occupa d’istruzione, organizzando corsi di lingua italiana per cittadini stranieri e corsi per il conseguimento del diploma di scuola secondaria di primo grado. Come ci è stato raccontato anche da Annabella: “Per fortuna esistono queste realtà, che insieme al volontariato svolgono un servizio fondamentale dentro il carcere”. La retribuzione che Annabella riceve per quest’attività dallo Stato è puramente simbolica. Come ci tiene infatti a specificare, non è certo per soldi che ha deciso di iniziare questo percorso. L’attività di Annabella si basa infatti su una forte motivazione personale, come ci ha raccontato nell’intervista: “Sicuramente non tutti sono in grado di affrontare quell’ambiente. Io stessa le prime volte mi sono trovata a disagio, senza sapere come comportarmi esattamente con loro, dall’atteggiamento verso i detenuti al metodo vero e proprio con il quale impostare le lezioni in classe. Per assistere e sostenere gli insegnanti che affrontano questo percorso, sarebbe necessario un corso di preparazione all’intervento in carcere. Questo potrebbe fornire alcuni mezzi per affrontare situazioni anche estreme, a contatto con un mondo altro rispetto al nostro e praticamente sconosciuto”.

Gli aneddoti che l’insegnante racconta sui suoi allievi, fanno comprendere effettivamente il disagio che può nascere nell’incontro con chi ha un passato “pesante”: ”Dopo un inizio difficile – continua Annabella – Sono riuscita in alcuni casi a superare la diffidenza nei miei confronti, anche se con grosse difficoltà, soprattutto a causa dell’esiguo numero di ore a disposizione per l’insegnamento. I risultati che si ottengono, non si possono valutare con i parametri classici, in quanto pochi ci mettono vero impegno e raggiungono il diploma, mentre alcuni partecipano passivamente alla lezione sfruttando solo il fatto di trascorrere qualche ora fuori dalla cella. Vorrei comunque sottolineare che da alcuni dei miei studenti in questi anni ho ricevuto soddisfazioni importanti, anche sul piano della didattica. Questa non rappresenta l’obiettivo principale del mio intervento, che anche grazie alle materie che insegno, punta principalmente allo studio dell’essere umano e della sua vita sociale, realtà così lontana e difficile da comprendere per chi si trova recluso”.

Quando quest’estate Occhiaperti ha intervistato Annabella, l’intenzione è stata quella di mettere in primo piano l’aspetto umano, al di là della reclusione in sé e per sé considerata, in un tempo in cui l’altro aspetto fondamentale della pena, la rieducazione del condannato, sembra essere passato in secondo piano. I principi che si evincono dall’articolo 27 della nostra Costituzione, come l’umanizzazione della pena o le finalità rieducative della stessa, sono state nel tempo ampiamente disattesi. Il contesto normativo che regola questo aspetto ha subìto nel corso degli anni notevoli modifiche, in senso sicuramente migliorativo, anche se ben al di sotto delle reali dimensioni del problema. Il cronico sovraffollamento, il degrado sempre maggiore delle condizioni detentive, la carenza di strutture adeguate, l’insufficienza dei finanziamenti per l’attività didattica e l’assenza di insegnanti specializzati, ha reso sempre più difficile il processo di recupero del detenuto, verso l’obiettivo di un effettivo reinserimento nella società dei liberi. Come sostiene Marco Lentini, intervistato da Occhiaperti nei mesi scorsi (vedi puntata Intermezzo ): “E’ necessario oggi più di ieri scommettere sull’alternativa alla detenzione classica, investendo nella scuola e favorendo la cultura in cella, sostenendo finanziariamente chi proviene dalla strada e dalla povertà e magari non ha neanche i soldi per comprarsi una penna e un quaderno”. L’esperienza diretta di Marco, che ha scontato parte della propria pena nella Casa Circondariale di Ferrara, è l’esperienza di chi ha deciso di riscattare la propria vita ed è riconoscente proprio verso chi, come Annabella, ha deciso di mettersi al servizio degli ultimi tra gli ultimi, per ridare la speranza in un futuro migliore .

Vorrei a questo punto provare a ripercorrere il nostro filo storico a ritroso nel tempo, e presentare una testimonianza storica molto interessante. E’ il 9 Febbraio 1877, giorno in cui esce, sul numero 33 della Gazzetta Ferrarese, una lettera scritta dal professor Curzio Buzzetti, membro onorevole della Società Savonarola, pìa istituzione dedita alla beneficienza e al servizio verso i poveri in città e verso i detenuti delle carceri ferraresi. Attraverso un fondo appositamente istituito dalla Municipalità di Ferrara, la Società metteva a disposizione i propri docenti per l’insegnamento dentro le carceri cittadine. Un resoconto di un Consiglio Comunale dell’epoca datato 5 Luglio 1882, ci informa sulle difficoltà nel reperire anche solo il compenso di Lire cinquanta, spettante al maestro incaricato dell’istruzione nelle carceri di San Paolo (le antiche prigioni ferraresi, vedi La seconda puntata dell’inchiesta ). Come si può leggere nella delibera ufficiale, la decisione della Giunta si orientava contro il rifinanziamento dell’istruzione carceraria e aboliva il fondo creato ad hoc. (1)

Tornando alla nostra lettera pubblicata dalla Gazzetta Ferrarese, l’illustre professor Buzzetti con grande enfasi avanzava una proposta contenuta in questo scritto dal titolo perentorio: “Pei liberati dal carcere”. In questo breve pamphlet si va ben oltre, chiedendo l’istituzione di un Patronato per i liberati dal carcere che garantisca un lavoro quale necessario complemento all’ istruzione carceraria. Il testo in principio recita così: “(…)In primo luogo occorrerebbe stabilire un fondo col quale sopperire ai primi e più urgenti bisogni del liberato, e somministrargli i mezzi e gli strumenti perché possa immediatamente dedicarsi all’esercizio del proprio mestiere”. (2) Nel corso della lettera, il professore insiste sulla proposta principale: “(…)non basta che il liberato dalla carcere abbia i mezzi primi per lavorare, e ne abbia anche tutta la buona volontà; è necessario che non gli manchi il lavoro”.La richiest , che suona come un proclama, è quella di creare un organo preposto all’insegnamento di un mestiere ai licenziati dal carcere: “(…)un Comitato che assumesse l’arduo e penoso incarico di sormontare tutte le resistenze opposte dai padroni, e al bisogno sapesse trovare altre vie onde somministrare lavoro ai liberati, per mezzo di raccomandazioni anche ai privati”. Oltre all’istruzione in carcere, dagli archivi storici si può comprendere come effettivamente la Società Savonarola ricoprisse un ruolo fondamentale in quell’epoca, fornendo un insieme di servizi allo scopo di garantire quell’alternativa alla reclusione, quella seconda vita, quella possibilità di riabilitazione del detenuto di cui parla Marco.

L’allarme per la situazione disastrosa nella quale si trovano le carceri italiane rimbalza da qualche tempo sulla bocca dei nostri politici e dei media nazionali. Siamo al punto di non ritorno. E’ necessario affrontare questa emergenza con strumenti legislativi concreti e decisioni politiche adeguate. La risoluzione a questo problema può e deve partire da un cambio radicale di orientamento, che per troppo tempo ha messo al centro dell’attenzione unicamente la privazione della libertà, la cancellazione dell’individuo senza possibilità reali di riscatto e alternativa. Il rischio a cui andiamo incontro è il protrarsi dello status quo, con soluzioni una tantum da parte del governo in carica, come ad esempio l’ampliamento di quella prigione o la costruzione di un nuovo istituto detentivo. Questi rimedi sono insufficienti e ci consegnano un’immagine dell’ Italia molto lontana da quella ufficiale, mettendo seriamente in dubbio quei principi di civiltà e di modernità che ancora oggi pensiamo ci appartengano.

J.

Pubblicato su “Occhiaperti.net”

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