Disperatamente Italiano

Copparo ricorda Pier Paolo Pasolini

Nel novantesimo anniversario della nascita di Pier Paolo Pasolini, il Comune di Copparo ha pensato di ricordare il grande poeta, scrittore e giornalista attraverso una serie di incontri e spettacoli teatrali dal titolo “Pier Paolo Pasolini una vita corsara”. Il primo incontro, “L’Italia di Pier Paolo Pasolini”, rinviato di qualche giorno a causa del maltempo, si è finalmente tenuto l’8 febbraio e Occhiaperti ha deciso di assistervi per raccontare al proprio pubblico la prima parte della vita e dell’attività artistica di Pasolini, dalla fine della seconda guerra mondiale fino al boom economico. Questo primo incontro, al quale seguirà una seconda parte dedicata al periodo successivo, gli anni Sessanta fino alla tragica morte nel 1975, è stato presentato da Roberto Chiesi del Centro Studi Pier Paolo Pasolini di Bologna.

Davanti ad una platea gremita più dell’atteso, con la presenza di molti anziani ma anche di giovani, abbiamo assistito alla lettura di alcune significative poesie del primo periodo friulano quando ancora Pasolini era maestro di scuola a Casarsa, suo paese natale. La descrizione di quel mondo che andava scomparendo sotto i suoi occhi, dei dialetti e della tradizione contadina di quel “lontano Friuli” che egli tanto amava, ci ha fatto approdare alla principale utopia pasoliniana: la convivenza di progresso e tradizione, la costante dualità che egli ha sempre cercato di descrivere e conciliare, ma che vedeva sparire a causa dell’avanzata di quello “sviluppo senza progresso” che avrebbe portato poi all’attuale società del consumo totale. Pasolini disperatamente italiano, come volle decriverlo Bellocchio nel suo libro “Dalla parte del torto”, che visse come una vera tragedia personale la distruzione della società precedente, la trasformazione e l’omologazione neo-borghese che sotto i suoi occhi andava compiendosi. Il tema conduttore del ciclo di incontri copparesi è prorio Pasolini e l’Italia, la storia di una passione che lo accompagnerà per tutta la sua vita, che gli farà incontrare la realtà a cui si sentiva naturalmente legato, che sentiva appartenergli: gli oppressi e gli emarginati, l’Italia lasciata ai margini del progresso.

ppp2 Come ha raccontato Chiesi, fin da giovane, nel quadro di una cultura clerico-fascista dominante, fatta di pregiudizio e ignoranza, Pasolini non ebbe timore di opporsi all’autorità e al cambiamento a cui assisteva, pagandone poi il prezzo in prima persona. L’esclusione dall’insegnamento in Friuli, a causa della sua omosessualità, lo portò a trasferirsi a Roma con la madre dove rimarrà fino al tragico epilogo della sua vita. Qui ritrova la “sua” gente, quel popolo di reietti esclusi dal progresso economico che in gran numero affollavano le periferie della capitale. Le borgate romane, una realtà che ispirerà negli anni la sua produzione cinematografica e della quale si farà paladino e difensore fino alla fine. Pasolini scende in strada, vive quell’Italia in prima persona, “sporcandosi” fino in fondo, in totale rottura con gli schemi degli intellettuali dell’epoca che quella realtà descrivevano solo da lontano. Pasolini rivoluziona e fonda un nuovo giornalismo, vive in presa diretta quello che riuscirà a riprodurre in maniera magistrale a partire dai suoi primi film, come “Accattone” o “Una vita violenta”. Attraverso un mix di visceralità e razionalità, di poesia e crudo realismo, egli riesce magistralmente a intercettare quel mondo rimasto escluso dallo sviluppo delle grandi metropoli industriali, presentandosi come il più profondo interprete del cambiamento culturale di quegli anni. Descrivendo le borgate romane, paragonate a giganteschi campi di concentramento nei quali vengono relegate le classi più povere e i reietti del sistema, Pasolini fa propria quella realtà, incolpando la società opulenta dell’epoca di creare quel benessere fittizio, fatto di televisione e consumismo che proprio quell’emarginazione alimenta e crea.

La figura solitaria di Pasolini, come ha voluto ricordare Chiesi al termine del suo intervento, si scontra con la veemenza di un mondo in rovina, di uno sviluppo confuso con il progresso. L’ Italia di questi anni e la sua politica non sono che la logica conseguenza di ciò che Pasolini cercò invano di comunicare alle èlite del nostro paese. La sua battaglia diventa quasi una profezia dell’Italia di oggi, “distrutta esattamente come quella del 1945”, divorata dal consumismo e dal conformismo, dove ad essere in macerie sono i valori e non le case.

J.

pubblicato su “Occhiaperti.net”

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2 thoughts on “Disperatamente Italiano

  1. “Io credo che la televisione è più forte, e ho paura che la sua mediazione finirà per essere tutto. Il potere vuole che si parli in un certo modo ed è in quel modo che parlano gli operai appena abbandonano il mondo famigliare, quotidiano, dialettale ormai in estinzione. In tutto il mondo ciò che proviene dall’alto è più forte di ciò che si vuole dal basso. non c’è parola che un operaio pronunzi in un intervento che non sia voluta dall’alto. Ciò che resta originario in un operaio è ciò che non è verbale, per esempio la sua fisicità, la sua voce, il suo corpo. la ferocia era terribile e all’antica. I campi di concentramento dell’urss, la schiavitù nelle democrazie orientali, l’algeria…questa ferocia all’antica naturalmente permane, ma oltre a questa vecchia ferocia c’è la nuova ferocia che consiste nei nuovi strumenti del potere. Una ferocia così ambigua, ineffabile, abile, da far sì che ben poco di buono resti in ciò che accade sotto la sua sfera.
    Lo dico sinceramente: non considero niente di più feroce della banalissima televisione. Io da telespettatore, la sera prima e un’infinità di sere prima, le mie sere da malato, ho visto sfilare in quel video dove essi erano ora, un’ infinità di personaggi, la corte dei miracoli d’Italia. Si tratta di uomini politici di primo piano. Ebbene, la televisione faceva e fa di loro dei buffoni, riassume i loro discorsi facendoli passare per idioti. oppure anzichè esprimere le loro idee, legge i loro interminabili telegrammi, riassunti ovviamente, ma ugualmente idioti, idioti come ogni loro espressione ufficiale. Il video è una terribile gabbia che tiene prigioniera dell’opinione pubblica, servilmente servita per ottenere il totale servilismo, l’intera classe dirigente italiana.
    Tutto viene presentato come dentro un involucro protettore, col distacco e il tono didascalico con il quale si discute di qualcosa già accaduta, da poco magari, ma accaduta, che l’occhio del saggio o chi per lui contempla nella sua rassicurante oggettività, nel meccanismo che quasi serenamente e senza difficoltà reali l’ha prodotta. In realtà nulla di sostanziale divide i comunicati della televisione da quelli dell’analoga comunicazione radiofonica fascista. L’importante è una sola cosa: che non trapeli nulla mai di men che rassicurante. L’ideale piccolo borghese di vita tranquilla e perbene (le famiglie giuste non devono avere disgrazie!) si proietta come una specie di furia implacabile in tutti i programmi televisivi e in ogni piega di essi. Tutto ciò esclude i telespettattori da ogni partecipazione politica. Come al tempo fascista, c’è chi pensa per loro e si tratta di uomini senza macchia, senza paura e senza difficoltà neanche casuali e corporee. da tutto ciò nasce un clima di terrore. io vedo chiaramente il terrore negli occhi degli annunciatori degli intervistati ufficiali. non và pronunciata una parola di scandalo. non può essere pronunciata una parola in qualche modo VERA!”

    PPP

  2. “Nulla è più anarchico del potere. Il potere fa praticamente ciò che vuole e ciò che il potere vuole è completamente arbitrario o dettatogli da sue necessità di natura economica che sfuggono alla logica comune.
    Io detesto soprattutto il potere di oggi. Ognuno odia il potere che subisce, io odio con particolare veemenza il potere di questi giorni. E’ un potere che manipola i corpi in un modo orribile e che non ha niente da invidiare alla manipolazione fatta da Himmler o da Hitler. Li manipola trasformandone la coscienza, cioè nel modo peggiore, costituendo dei nuovi valori che sono dei valori alienanti e falsi.
    Il valore del consumo che compiono è quello che Marx chiama un genocidio delle culture viventi, reali, precedenti.
    Sono caduti dei valori che sono stati sostituiti con altri valori. Sono caduti dei modelli di comportamento e sono stati sostituiti con altri modelli di comportamento. Questa sostituzione non è stata voluta dalla gente, dal basso, ma sono stati imposti dal nuovo potere, cioè dalla nostra industria italiana internazionale e nazionale che voleva che gli italiani consumassero in un certo modo e un certo tipo di merce…ma per consumarlo dovevano realizzare un altro modello umano.”

    “Il regime è un regime democratico, ma quella aculturazione, quella ommologazione che il fascismo non era riuscito assolutamente a ottenere, il potere di oggi, cioè il potere delle civiltà di consumo invece riesce ad ottenere perfettamente, distruggendo le varie realtà particolari. Questa cosa è avvenuta talmente rapidamente che infondo non ce ne siamo nemmeno resi conto. E’ avvenuto tutto negli ultimi cinque, sei, dieci anni. E’ stata una specie di incubo in cui abbiamo visto l’Italia intorno a noi distruggersi e sparire e adesso risvegliandoci forse da quest’incubo, ci accorgiamo che non c’è più niente da fare.”

    “L’uomo è sempre stato conformista. La principale caratteristica dell’uomo è sempre stata quella di conformarsi a qualsiasi tipo di potere o di qualità di vita che trova nascendo.
    L’uomo biologicamente è narciso, ribelle, ama la propria identità, ma è la società che lo rende conformista e lui ha chinato la testa una volta per sempre di fronte agli obblighi della società.”

    “Io mi rendo ben conto che se le singole cose continuano così, l’uomo si meccanizzerà talmente, si allinerà talmente, diventerà così antipatico e odioso che questa libertà se ne andrà completamente perduta.”

    PPP

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